Romanzi Brevissimi d'Autore

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Martino Costa

L’ottava sera

Alone Margalit si sfiora la tesa del cappello e rivolge lo sguardo al candelabro. Oggi è la prima sera di Hanukkà e il cielo di Gerusalemme è terso e gelido come l’anima di quel giovane haredim. Il Dio degli ebrei è un Dio nascosto, Alone lo sa benissimo, se lo ripete da che ne ha memoria, dondolando davanti al muro del pianto, gli occhi fissi su quella roccia glabra e pallida come il suo petto di ragazzo.

“Forse si nasconde per la vergogna” riflette mentre accende la prima candela, e subito si pente di quel pensiero immondo.

Lea, invece, che gli è apparsa il giorno prima in tutta la sua prorompente bellezza, della vergogna nemmeno conosce il significato, e la sua figura sensuale come un fiore d’Africa è rimasta impressa nella mente del giovane, che non aveva fatto in tempo ad abbassare lo sguardo al suo passaggio, rapito com’era dal miracolo della neve che cadeva fitta sul suo cappotto scuro, proprio come la pelle di quella Goyim.

Lei aveva sorriso, poi lo aveva superato sfiorandogli il braccio, e Alone era stato travolto dal tremore e dal timore. Tornato in fretta e furia alla Yeshiva aveva afferrato il libretto da preghiera e si era messo a recitare qualche salmo a caso, per scacciare dalla testa tutte le impurità che si manifestavano come frotte di scarafaggi impazziti.
Adesso è giunta la seconda sera di Hanukkà, l’immagine della giovane è viva più che mai nella sua testa, e Alone, davanti a quel candelabro a nove bracci, implora il suo Dio di mandargli un segnale.

“Ti prego, fammi capire che posso perdermi nell’esuberanza di quella ragazza senza cadere nel peccato”.

Improvvisamente, dalla finestra chiusa, un refolo di vento si fa largo con prepotenza nella semioscurità, spegne le due candele e fa volare fuori dalla porta lo shtreimel di Margalit. Il giovane non si perde d’animo, sfrega un cerino sul lato ruvido della scatola e riaccende le fiammelle.

La terza sera Margalit, devoto e obbediente, si reca di nuovo ad accendere la terza candela ma, come la sera precedente, un soffio di vento spegne le tre candele e fa volare via nella notte nera la kippah di Margalit. Alone, diligente, rimette mano ai fiammiferi, e riaccende gli stoppini fumanti.

“Mi starà forse mandando un messaggio?” si domanda ad alta voce, ma intorno a lui c’è solo il silenzio della notte santa.

La quarta, la quinta, la sesta e la settima sera Alone torna ad accendere la Chanukkiyah, e come è accaduto ogni sera precedente, il vento entra prepotente dalla finestra chiusa, soffia forte sul candelabro, spegne tutte le candele come fosse una solitaria festa di compleanno e fa volare via, nell’ordine: il tefillin di Margalit, il tallèd di Margalit, il payot sinistro di Margalit, il payot destro di Margalit.

L’ottava sera di Hanukkà Alone, spogliato di tutto il suo corredo da perfetto ortodosso, si presenta al cospetto del suo Dio nascosto, accende l’ottava candela e si domanda cos’altro possa fargli volare via. Puntuale come una calamità, il vento irrompe di nuovo nella piccola sinagoga della Yeshiva, spalanca porte e finestre, spegne i nove lumi accesi e si porta via con sé la fede di Margalit.

Il giovane, ancora tramortito da tanto prodigio e finalmente libero da ogni possibilità di peccato, non perde altro tempo e si precipita per le strade della città una volta a lui santa e ora traboccante di opportunità che Alone Margalit addenterà come frutta succosa.

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