Romanzi Brevissimi d'Autore

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Stefano Ficagna

La mia vita da oggetto

Quando mi chiedono qual è il mio sogno nella vita io rispondo sempre che vorrei diventare un cavatappi. Non mi prendono sul serio, nessuno lo fa mai: è il dramma di chi non riesce a concepire la sua vita da oggetto.
Non pretendo di essere professionale, mi basterebbe avere stile. Sarei un moderno oggetto di design, non così sofisticato da finire nelle mani di un maître da ristorante stellato ma con una linea accattivante adatta alla media borghesia. La mia aspirazione è la tavola di una coppia con molti amici, una situazione economica stabile e tempo a disposizione per organizzare cene numerose, almeno una volta a settimana.
Passerei da una persona all’altra, mani calde che stringono le mie flessuose ali mentre si preparano ad aprire l’ennesima bottiglia. La mia presenza significherebbe festa, la mia assenza apprensione: mi cercherebbero sulla tavola, chiederebbero di me, sorridendo grati al momento della mia comparsa. Non negherei i miei servigi ai rozzi bevitori di birra, ma riserverei maggiori soddisfazioni ai consumatori di vino, penetrando il tappo con precisione e attorcigliandomi all’interno del sughero fino a trattenerlo in una solida morsa. Rimarrei benevolmente in disparte nelle rare occasioni in cui una bottiglia di spumante mi dovesse negare il centro della scena: questione di tempo, la mia sola presenza giustificherebbe il consumo di bianchi, rossi e rosé, fermi e mossi in egual quantità.
Nessuno potrebbe imputarmi mancanze se un tappo dovesse rompersi, né mi maledirebbero per un bicchiere di troppo: sarei solo un mezzo, privato di ogni responsabilità per gli errori di imbottigliatori inesperti e bevitori ossessivi. Se le cose dovessero mettersi male sarei un’arma scomoda, inutile se paragonata a coltelli, forchette, bottiglie vuote e sedie. Passata la furia rimarrei lì, semplice testimone, in attesa dell’occasione buona per appianare le tensioni con un brindisi.
Sarebbe una bella vita, molto migliore di quella della gente comune, che preferisce l’azione alla passività. Tutta la stanchezza accumulata, inseguendo sogni che non riusciremo a concretizzare, rappresenta un prezzo troppo alto da pagare per potersi dire liberi di realizzare il proprio destino. Lasciatemi qui, a godere del meritato riposo che mi spetta, ciondolando su di un chiodo col mio carico di tentazioni.
Se fossi un cavatappi non avrei più ambizioni, nessuna ansia da sconfiggere. Il mio bisogno d’amore dipenderebbe dal collo di una bottiglia e non dal suo fondo, dove cerco inutilmente tutto quello che mi manca.