GAME – Sparattutto-Distribuzione
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LIBERA L’EDITORE
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C’è qualcosa di più insopportabile del male, è l’assuefazione al male.
Nel cuore pulsante del nostro tempo, c’è una terra che viene annientata.
Gaza brucia. Da mesi.
È un fuoco visibile dai satelliti, dalle dirette, dai video che ancora riescono a trapelare tra un blackout e l’altro. Tra un giornalista abbattuto e l’altro.
Quartieri interi cancellati in brevi istanti. Famiglie intere spazzate via in brevi istanti, mentre cenavano, dormivano, pregavano, piangevano. Brevi istanti spazzati via da una deflagrazione di livello bunker-buster – concepita per penetrare strati di cemento armato e finita tra le braccia di un innocente, che non sente arrivare neppure il sibilo in lontananza. Che non ha neppure il tempo di sgranare gli occhi dal terrore prima di non esistere più nella frazione d’istante successiva. Prima di scomparire.
L’onda d’urto supersonica giunge prima del suono.
L’onda d’urto primaria disintegra istantaneamente il corpo. Le molecole d’aria diventano un’arma. Investono la massa corporea con una forza tale da fratturare ogni osso, rompere la colonna vertebrale, far collassare i polmoni e spappolare il cervello dentro il cranio.
Frantumare le ossa. Spappolare il cervello.
Polmoni che collassano. Le membrane alveolari si lacerano provocando emorragie interne. Il torace implode. E se la vittima non muore all’istante, l’effetto è l’annegamento interno: il soggetto soffoca nel proprio sangue.
I timpani esplodono, il sistema nervoso subisce un trauma massivo che causa arresto cardiaco immediato.
I tessuti molli vengono strappati via, separati dalla struttura ossea come carta immersa in benzina. I vestiti prendono fuoco, la pelle si scioglie. La pelle si scioglie prima ancora di essere scaraventati via dall’onda d’urto.
La pelle. I muscoli, gli organi esposti iniziano a carbonizzarsi in millisecondi.
Il corpo subisce una vaporizzazione istantanea: l’acqua contenuta nelle cellule evapora, facendo esplodere i tessuti dall’interno.
Non rimane un corpo. Non ci sono arti attaccati al torso, non ci sono volti riconoscibili. Gli elementi organici si fondono al cemento, al vetro, al metallo circostante.
Gli esperti militari parlano di vapourised kill zone: zona in cui le vittime non sono recuperabili perché fisicamente annientate. Non corpi, solo atomi.
La temperatura nel punto d’impatto supera i 2.500 °C. Il calore fonde i materiali. Il vetro si liquefa a 1.400 °C. Alcuni metalli (come l’alluminio, presente in infissi, auto, elettrodomestici) fondono attorno ai 650 °C. Il corpo umano colpito in vicinanza di una massa metallica o una parete di vetro, si fonde con essi. Il calore e la pressione causano una coalescenza istantanea: frammenti di carne e sangue si incrostano o si saldano letteralmente alle superfici.
Depositi organici inceneriti.
Dopo l’esplosione, restano tracce biologiche (sangue coagulato, capelli bruciati, pezzi di ossa) fuse nelle crepe del cemento, incollate sul metallo di automobili contorte, vetrificate sui muri.
Il corpo non subisce, viene annientato.
L’ordigno libera centinaia di schegge metalliche che schizzano via a velocità ipersonica (shrapnel). Trafiggono organi vitali, cuore, fegato, cervello. Recidono arti, penetrano il cranio. Il corpo viene smembrato. Arti o teste staccati dal busto. L’energia cinetica dell’esplosione scaraventa il corpo a decine di metri, contro muri, veicoli, macerie.
E se anche sopravvive all’onda d’urto, l’impatto secondario provoca fratture multiple, traumi cranici mortali, spappolamento degli organi interni.
Vaporizzato, spezzato, bruciato, disintegrato.
Non resta nulla da medicare.
Spesso non resta nulla da seppellire.
La bomba esplode. Esplode con una potenza equivalente a 1000 chili di TNT. Crea un cratere largo fino a 15 metri e profondo 6. Cancella una piazza, un parco, o un incrocio, con uno schiocco di dita. Il boato si sente fino a 15 km di distanza. I vetri si frantumano nel raggio di 2 km dal punto zero. Su un quartiere residenziale, non resta nulla da estrarre. Calcinacci, carne incenerita e vuoto.
Non c’è tempo nemmeno per registrare il suono.
Petto imploso. Sangue che esce dagli occhi.
L’aria si trasforma in lama.
Poi arriva il fuoco. La pelle. La pelle si scioglie. I vestiti ardono. Le mani si fondono ai corpi che stavano stringendo.
Corpi lanciati come oggetti. Corpi che non hanno più forma.
Non resta nulla. Nulla da ricomporre.
Nulla. Nulla da seppellire.
Polvere e carne fusa.
Il vuoto.
I palazzi si sgretolano come sabbia. Crollano su corpi rannicchiati nei seminterrati, su bambini che dormono sotto i letti, su genitori che fanno da scudo col proprio corpo.
Le finestre esplodono. I tetti si accartocciano. Le scale crollano.
Ogni giorno. Ogni ora.
Si vedono in diretta, si sentono in diretta, le madri correre con neonati stretti al petto.
Corpi estratti con le mani nude. Braccia che spuntano da sotto le macerie, dita livide che non si muovono più. Grida. Boati. Sirene. Il ronzio dei droni.
Richieste d’aiuto soffocate. E poi quello che resta quando tutto è stato raso al suolo. Silenzio.
È uno sterminio metodico.
Sotto gli occhi del mondo.
Un genocidio in 4K.
Le fiamme divorano Gaza. Strada dopo strada. Vita dopo vita. Palazzi ridotti in cenere, le case esplodono, le finestre si trasformano in bocche di fuoco. I colpi d’artiglieria si sentono in streaming, in diretta, quando la connessione regge.
Si vedono madri che fuggono cercando salvezza, hanno smesso di implorare il cielo.
Corpi trascinati per i vicoli. Altre braccia che sporgono da sotto le macerie.
E l’artiglieria e l’aviazione non si fermano. Ogni colpo è una conferma di sterminio: si sente il fischio del proiettile, poi lo schianto, poi le grida – spezzate, distorte dal microfono del telefono ancora acceso.
Madri con volti ustionati stringono neonati in coperte fradice di piscio e cenere. Bambini sbucano nudi e tremanti da un cratere, svoltano l’angolo, fuggendo, verso la piazza dove li aspetta un altro missile.
Le piazze sono lastricate di sangue rappreso.
Viscere, denti, scarpe bruciate. Corpi fatti a pezzi da esplosioni a grappolo, membra sparse sui balconi. Un vecchio muore abbracciato al cadavere della figlia. Una bambina senza gambe piange in arabo, e nessuno la sente.
I cani randagi trascinano resti umani nei cortili.
La terra è impastata di sangue. Come un colpo alla nuca. Poi un altro. Poi un altro ancora.
E i carnefici? Sono lì.
Li vediamo. Sono noti.
Sorridono nelle stories.
Si fanno i selfie mentre svaligiano le case evacuate, indossano la biancheria intima femminile, deridono le vittime, fanno detonare interi quartieri, coi fucili puntati sui mucchi di cadaveri all’orizzonte. Ci vogliono edificare sopra la “terra promessa”.
Hanno nomi, profili, badge militari, parlano in diretta. In conferenza stampa.
Parlano di “zone nemiche”, “danni collaterali”, “guerra contro il terrore”.
Dichiarano: “Non c’è nessun civile innocente a Gaza”.
Distribuiscono video propagandistici. Mostrano bombe intelligenti cadere su mappe colorate. Poi cadono su mercati. Sulle cucine. Sulle tende. Sulle altalene, sui girotondi. Cadono ovunque. Sullo sguardo inerme di chi muore e di chi, per questa volta, l’ha scampata.
Bombe da 900 kg (MK-84) in aree densamente popolate.
Usano munizioni al fosforo bianco. Ammesse, documentate, proibite.
Tutto è documentato. E in diretta. E ora c’è persino l’annuncio ufficiale per tutti coloro che fino ad oggi hanno fatto finta di non vedere, di dire che “ma no!”, “genocidio” non è la parola giusta, “pulizia etnica” forse è un po’ forte, e poi “comunque Hamas”, in fondo, un po’, se la sono cercata.
Ora invece è di dominio pubblico: il piano è preciso, metodico, dichiarato: svuotare Gaza, ripulire la zona. Lo chiamano “trasferimento”, “evacuazione”, “prendere il controllo di Gaza”, “far di Gaza la Riviera del Medio-Oriente”, ma è sterminio.
E noi lo vediamo.
I droni inquadrano le detonazioni, gli occhi delle vittime.
I dati scorrono: numero di edifici colpiti, di cadaveri identificati, di bambini “scomparsi”, di famiglie polverizzate.
Pioggia di bombe indiscriminate su tutto e tutti, senza distinzione, persino sui loro stessi ostaggi. Persino sul Creatore, quando sarà necessario.
E i volti, i volti dei bambini che tremano, i volti dilaniati – per chi vuole vedere ci sono –, nei frame sgranati dei sopravvissuti che hanno la forza di testimoniare, di filmare.
C’è un ragazzino con una kefiah al collo che chiede aiuto. Il sangue scorre a fiotti dalla ferita sulla giugulare. La kefiah è un grumo di sangue. C’è una vecchia trascinata giù per una scala, il cranio aperto, sanguinante. C’è un silenzio che segue un’esplosione, e poi un pianto, e poi più nulla. E poi rivoli di sangue.
E noi?
Noi registriamo.
Commentiamo.
Mettiamo like. Ci indigniamo con un’emoji.
I campi profughi, le macerie, la terra in polvere, sono visibili su Google Maps.
I sopravvissuti parlano in streaming, ma le loro dirette hanno meno visualizzazioni dei tutorial di cucina.
I satelliti guardano. I droni registrano. I giornalisti contano. Documentari su occupazione e apartheid vincono gli Oscar. Qualcuno osa rompere l’omertà, per essere solennemente insultato da orde genocide.
E il mondo guarda e passa.
Gaza è la gabbia.
Il campo.
La prova generale della disumanizzazione in diretta.
Uomini, donne, bambini. Arsi, sepolti, dilaniati sotto le macerie. Nei campi profughi bombardati, nelle scuole bombardate, arti strappati dal corpo, negli ospedali bombardati.
C’è un piano.
Non un sospetto, non una voce: un piano scritto, firmato, dichiarato. Controfirmato, convalidato, vidimato. In diretta. In conferenza stampa. Votato in parlamento a maggioranza.
Lo vediamo accadere, ora, durante queste righe.
I responsabili parlano davanti alle telecamere. Rivendicano. Promettono altri morti.
I numeri scorrono sugli schermi come risultati sportivi.
Madri che urlano.